MEETING DI RIMINI 2006
IL LAVORO NELLE CARCERI
Ogni magistrato deve ripartire dal concetto di ragione che aspira all'infinito,
che è esigenza di infinito per separare la persona dal male che ha commesso, per
scavare un cuneo tra l’uomo e l’azione commessa, per ricomporre la sua vicenda
umana con quella della vittima (…)
Mi auguro che le nostre cariche istituzionali e la gente comune cominci ad
credere nella possibilità di cambiamento dei carcerati perché quella bellissima
legge che i nostri padri costituenti hanno voluto per noi diventi esperienza di
molti.
di Giovanni M. Pavarin
(Giudice del Tribunale di Sorveglianza di Padova, intervento al Meeting di
Rimini 2006)
Dire che ci sono molte persone che sono ingiustamente libere, non è solo una
battuta, ma la constatazione di ciò che avviene nella realtà perché non tutte le
persone che delinquono vanno in carcere (questo è ovvio) e spesso ci finiscono
coloro che hanno meno titoli, in tutti i sensi. Se prendiamo in considerazione i
titoli di studio dei detenuti vediamo che ci sono pochissimi laureati, pochi
diplomati, ma molti con la sola licenza delle scuole medie. Forse perché coloro
che hanno studiato delinquono meglio e la nostra società è strutturata in modo
tale che non sempre tutti i reati vengono scoperti.
Quando il ministro Grandi ha scritto Bonifica Umama (Grandi, Dino, Bonifica uman,
op. cit), ha creduto che fosse possibile bonificare, correggere, emendare,
migliorare l'uomo che ha sbagliato, che ha commesso reati. La convinzione che è
possibile trasformare una persona che ha sbagliato in una persona che
tendenzialmente non sbaglierà più, e quindi si dissocerà dal delitto, è quella
che ha portato i nostri costituenti a scrivere l’articolo 27 della Costituzione,
secondo cui «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di
umanità. Non è ammessa la pena di morte. Le pene devono tendere alla
rieducazione del condannato». Si è fatta una scelta alla quale io, avendo per
mestiere giurato fedeltà alla legge, sono tenuto a credere. Ma non lo faccio
solo per obbligo, la mia esperienza professionale infatti ha dimostrato che
quanto scritto è profondamente vero.
La pena concepita solo come castigo, solo come restituzione di male per il male
che si è fatto, serve a poco e può ingenerare un sentimento di astio.
Secondo la Costituzione la pena deve tendere a rieducare la persona che è stata
condannata. È un'affermazione di princìpio bellissima, che dà entusiasmo, appaga
e disseta la coscienza delle persone che, o per scelta di fede o per scelta
umana, hanno questa concezione dell'uomo: essa però si scontra con la realtà del
carcere quale storicamente si è verificata nel nostro paese negli ultimi
decenni.
Quando sono entrato in carcere per la prima volta ho visto tante persone chiuse
a chiave nelle loro celle, e ho pensato che fosse come un grandissimo ospedale
con la differenza che nei corridoi non passeggiavano medici ed infermieri. Un
luogo in cui le persone erano chiuse a chiave senza nessuno che li guardasse. E
per guardare intendo anche un coinvolgimento con il detenuto, un interesse a
scoprire chi è, cosa ha combinato, perché lo ha fatto, da dove viene, quali
problemi ha, che speranza c'è che ammetta di essere colpevole e che non lo
faccia più in futuro, se è pentito, se può risarcire il danno, se ha qualcuno
fuori che lo aspetta, etc.
Nel nostro paese, purtroppo, è mancata totalmente l'attività di rieducazione:
ogni 700 detenuti si hanno 350 agenti deputati alla custodia e pochissime figure
(2 - 3) preposte ai colloqui trattamentali.
Il legislatore ha pensato che anche la polizia penitenziaria avesse compiti
rieducativi. Facciamo tutti lo stesso lavoro: chi custodisce, chi rieduca ed il
magistrato di sorveglianza che deve decidere se e quando il detenuto può
accedere ad una misura alternativa alla detenzione. Ma le misure alternative
hanno pochissima popolarità perché, pur essendo largamente praticate (oggi in
Italia sono più i colpevoli che, una volta che sono stati condannati
definitivamente, espiano la pena fuori dal carcere), vengono alla ribalta ogni
volta che qualcosa va storto. Leggiamo spesso del semilibero che commette la
rapina, ma raramente sentiamo la storia dei novantanove suoi colleghi che
rientrano in carcere la sera dopo avere lavorato. Conosciamo la storia di quei
pochi indultati che sono tornati in carcere, ma pochi ci hanno raccontato come
altri hanno sfruttato la possibilità, offerta da questo perdono incondizionato
dello Stato, per ridarsi ad una vita onesta.
Tutto questo perché il tema della pena è fortemente influenzato dall’emotività.
Se sferro un calcio ad una persona, la sua prima reazione istintiva è quella di
provare a bloccarmi o di restituirmelo al fine di difendersi. Solo in un secondo
momento interviene la freddezza del ragionamento. Così si comporta anche lo
Stato: la prima reazione ad un atto violento è la difesa, ma se subito dopo il
colpevole, o il presunto tale, - in realtà è un presunto innocente - viene
scarcerato, giustamente il ministro scrive ai parenti delle vittime esprimendo
la propria compassione di padre ma sottolineando che, per la carica che ricopre
deve rispettare l'autonomia della giustizia. Allora, quando parliamo della pena,
delle misure alternative, della rieducazione, occorre ascoltare anche la
posizione delle vittime che, essendo state trascurate a lungo, hanno fondato
un'associazione europea per ribadire che quando gli stati membri legiferano
sulle pene prevedendo misure alternative al carcere, devono tenere in
considerazione la posizione delle vittime dei reati. Questo problema ha dunque
una doppia faccia: da una parte è corretto credere e investire nella
rieducazione, ma dall’altra occorre che anche coloro che vengono offese dal
delitto possano aspettarsi che il delinquente possa cambiare.
È il grande tema della recidiva dal quale nasce il tema del lavoro in carcere.
Laddove manca un trattamento umano dei detenuti, la pena perde il suo scopo e
diventa mero castigo e vendetta sociale. Il profondo senso di umanità che si
legge tra le righe dell’articolo 27 della Costituzione ha vinto sulle peggiori
previsioni di azioni reiterative del reato che possono essere commesse dalle
persone che sono uscite dal carcere grazie all’indulto. Votando questa legge si
è fatta una scelta di grande civiltà.
L’eventuale danno futuro che potrebbero commettere gli indultati è certamente di
minor conto rispetto a quello certo e attuale di costringere quattordici persone
a dormire nella stessa cella con una turca al posto del bagno e privi di acqua
corrente: questa non è una favola né la descrizione di un carcere dell'ex-Congo
belga, è la drammatica realtà degli istituti di pena del nostro paese.
Dopo l'indulto le carceri si sono svuotate venendo a creare una situazione che
possiamo definire fisiologica: solo ora ci sono le condizioni organizzative per
cui si può seriamente pensare di aiutare la rieducazione del condannato.
Spero che la stessa sensibilità e la nobile fretta che ha portato
all’approvazione dell’indulto si ripropongano anche nelle considerazioni che si
fanno sempre più urgenti per la riorganizzazione del carcere.
Credo che si debba fare sempre minor uso dell’emotività nei ragionamenti sulle
carceri. Ricordo che commentando la visita d Giovanni Paolo II al Parlamento
italiano ho creduto che la legge sull’amnistia sarebbe stata imminente:
purtroppo sono dovuti passare anni prima di giungere al cosiddetto indultino e
ancora di più per arrivare all'indulto.
Ogni magistrato deve ripartire dal concetto di ragione che aspira all'infinito,
che è esigenza di infinito per separare la persona dal male che ha commesso, per
scavare un cuneo tra l’uomo e l’azione commessa, per ricomporre la sua vicenda
umana con quella della vittima (se possibile interpellandola e risarcendola),
per far sì che il delinquente possa a pieno titolo può rientrare nella compagine
sociale.
Mi auguro che le nostre cariche istituzionali e la gente comune cominci ad
credere nella possibilità di cambiamento dei carcerati perché quella bellissima
legge che i nostri padri costituenti hanno voluto per noi diventi esperienza di
molti.